19 maggio 2012

20 maggio 1999 - Viene ucciso il consulente del lavoro Massimo D'Antona

























(Roma, 11 aprile 1948 – 20 maggio 1999)

Fu un giurista e docente italiano, assassinato dalle Nuove Brigate Rosse il 20 maggio del 1999, a Roma, a pochi passi dalla sua abitazione.
Consulente del Ministero del Lavoro, docente di diritto del lavoro all'Università degli studi di Roma "La Sapienza" e alla Seconda Università degli studi di Napoli, fu ucciso dai brigatisti, come nel caso di Marco Biagi, nella logica terroristica di annientamento di professionisti e servitori dello Stato legati ad un contesto di ristrutturazione del mercato del lavoro.

Erano da poco passate le 8.00 di mattina, del 20 maggio 1999 quando, il professor Massimo D'Antona, consulente del Ministero del Lavoro, si apprestava ad uscire dalla sua abitazione di via Salaria, angolo via Po, a Roma, per recarsi al lavoro nel suo studio, situato a poca distanza dal suo appartamento.
Superato l'incrocio con via Adda, all'altezza di un cartellone pubblicitario che lo nasconde dalla vista dalla strada, intorno alle ore 8.13, il professore, viene bloccato dal commando di brigatisti formato da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce che sono già dalle cinque e mezzo nascosti all'interno del furgone parcheggiato al lato della via.
Per loro l'azione è già cominciata quattro giorni prima, con l'operazione di parcheggio dei mezzi: due furgoni Nissan in sosta in via Salaria, due scooter per la fuga della squadra operativa e le biciclette per le staffette. I due, nel mezzo, controllano la strada attraverso un piccolo foro ricavato attraverso la vernice bianca che oscura i vetri. Baffi finti, un contenitore per le urine e le borse con all'interno le armi.
Ma non sono soli. Altri tre elementi del gruppo operativo (le cosiddette straffette) hanno già raggiunto la loro posizione prevista e sono tutti equipaggiati con finti telefonini, ricetrasmittenti, cerotti sulle dita per non lasciare impronte, cappellini con visiera e occhiali da vista.
Nel mentre, il professor D'Antona si è già avviato lungo il marciapiede che costeggia Villa Albani ed ha già quasi percorso gran parte degli ultimi centotrenta passi che lo separano dell'ultimo instante della sua vita. Un testimone oculare del delitto, durante il dibattimento, ricostruisce così quella manciata di secondi: "Ero sullo stesso marciapiede su cui camminava D'Antona. Ho visto un uomo e una donna che stavano aspettando qualcuno e poi parlavano con questa persona. Io ho proseguito. Ho superato via Adda ma, dopo qualche metro, ho sentito dei colpi sordi. Mi sono girato a guardare e ho visto una "pistola lunga" e poi l'uomo che continuava a sparare mentre l'altro uomo era già a terra".
Secondo la deposizione processuale della pentita Cinzia Banelli, l'uomo che continuava a sparare era Mario Galesi che, armato di una pistola semiautomatica calibro 9x19 senza silenziatore, faceva fuoco su D'Antona, svuotando tutti i 9 colpi del caricatore e infliggendogli il colpo di grazia al cuore.
Conclusa l'azione i due si allontanano dal luogo del delitto: l'uomo verso via Basento dove sale in sella a un motorino "50", mentre la donna cammina ancora lungo via Salaria, incrociando un secondo testimone oculare che la descrive con: "i capelli corti e lisci, castano scuri, attaccati al volto e pettinati con la riga in mezzo, occhi grandi, piuttosto scuri e faccia grassottella".[1]
I soccorsi che arrivano poco dopo sul posto trasportano D'Antona al Policlinico Umberto I dove, alle 9.30, il medico ne dichiara la morte.

La testimonianza di sua moglie

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